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Sulle proteste degli agricoltori - Comunicato stampa di Via Campesina europea

29/1/2024

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Inaccettabile che la minoranza di aziende agricole più grandi monopolizzi centinaia di migliaia di euro di aiuti pubblici,

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Il rifiuto degli accordi di libero scambio e la richiesta di un reddito dignitoso sono alla base delle mobilitazioni degli agricoltori in Europa.

Bruxelles, 25 gennaio 2024 - 
In Germania, Francia, Polonia, Romania, Belgio e oltre, stiamo assistendo a un numero sempre maggiore di agricoltori che scendono in piazza. I bassi redditi e la mancanza di prospettive future per la grande maggioranza degli agricoltori sono alla base di questo malcontento, che è in gran parte legato alle politiche neoliberiste che l'Unione Europea ha perseguito per decenni. 
Come ECVC chiediamo che queste proteste vengano prese sul serio e che si lavori per un cambio di direzione delle politiche agricole e alimentari europee: è ora di porre fine agli accordi di libero scambio e di imboccare la strada della sovranità alimentare. 
Nelle ultime settimane, massicce manifestazioni di agricoltori hanno occupato le strade di Germania, Francia e altri Paesi europei. Su molti agricoltori grava il peso delle politiche neoliberali che impediscono di fissare prezzi giusti. I debiti e i carichi di lavoro si alzano vertiginosamente, mentre i redditi agricoli crollano. 
Gli agricoltori europei hanno bisogno di risposte concrete ai loro problemi, non di fumo negli occhi. Chiediamo la fine immediata dei negoziati sull'accordo di libero scambio con il Mercosur e una moratoria su tutti gli altri accordi di libero scambio attualmente in fase di negoziazione. Chiediamo l'effettiva attuazione della direttiva sulle pratiche commerciali sleali e il divieto a livello europeo di vendere al di sotto dei costi di produzione, utilizzando come esempio quanto sviluppato dallo Stato spagnolo nella sua legge sulle filiere agroalimentari. I prezzi pagati agli agricoltori devono coprire i costi di produzione e garantire un reddito dignitoso. I nostri redditi dipendono dai prezzi agricoli ed è inaccettabile che questi siano soggetti a speculazioni finanziarie.
Chiediamo quindi una politica agricola basata sulla regolamentazione del mercato, con prezzi che coprano i costi di produzione e la gestione di scorte pubbliche di derrate. Chiediamo un bilancio adeguato affinché i sussidi della PAC vengano ridistribuiti per sostenere la transizione verso un'agricoltura in grado di affrontare le sfide della crisi climatica e della biodiversità. Tutti gli agricoltori già impegnati e che vogliono impegnarsi in processi di transizione verso un modello agroecologico devono essere sostenuti e accompagnati nel lungo periodo. È inaccettabile che nell'attuale PAC la minoranza di aziende agricole più grandi monopolizzi centinaia di migliaia di euro di aiuti pubblici, mentre la maggioranza degli agricoltori europei non riceve alcun aiuto, o solo le briciole. 
Siamo preoccupati dei tentativi dell'estrema destra di sfruttare questa rabbia e le varie mobilitazioni per promuovere la loro agenda, negando il cambiamento climatico, chiedendo standard ambientali più bassi e puntando il dito contro i lavoratori migranti nelle aree rurali. Non sono queste le cause del disagio, e non contribuiranno a migliorare le condizioni degli agricoltori. 
Al contrario, negare la crisi climatica rischia di intrappolare gli agricoltori in un susseguirsi di catastrofi sempre più intense: ondate di calore, inondazioni, tempeste, ecc. È necessario agire: noi agricoltori siamo pronti ai cambiamenti necessari per affrontare queste crisi, a patto di non essere più costretti a produrre al prezzo più basso possibile. Allo stesso modo, i lavoratori migranti svolgono oggi un ruolo fondamentale sia nella produzione agricola che nell'industria agroalimentare: senza di loro non ci sarebbero forza lavoro sufficiente in Europa per produrre e trasformare il nostro cibo. I diritti dei lavoratori agricoli devono essere integralmente rispettati. 
Il coordinamento ECVC invita i rappresentanti politici europei ad agire rapidamente per rispondere alla rabbia e alle preoccupazioni degli agricoltori. È necessario un autentico cambiamento nelle politiche agricole, che metta gli agricoltori al centro e garantisca prospettive per il futuro.

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Una lista per la pace con idee e candidati che siano credibili

28/1/2024

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Lista per la pace con idee e candidati credibili

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Ho seguito con interesse il dibattito sul manifesto in vista delle prossime europee e da ultimo l’intervento di Michele Santoro.
Considero assolutamente necessario fare ogni tentativo possibile, con lealtà e serietà, per costruire una lista per le elezioni, la più chiara e popolare possibile, per la pace e contro le guerre.

Un fronte pacifista coerente e credibile che si unisca intorno a un manifesto di pochi punti netti e forti: fuori l’Italia dalla guerra, stop all’invio di armi in Ucraina e in Israele, condanna dei crimini di guerra e del genocidio da parte dello Stato d’Israele contro il popolo palestinese, cessate il fuoco in Ucraina e Palestina, autodeterminazione del popolo palestinese a cui va garantito subito la nascita di uno Stato autonomo e indipendente.
Porre fine al riarmo e firmare i trattati per la messa al bando delle armi nucleari. Impegnarsi per il progressivo superamento della Nato e interrompere la subalternità economica e militare europea agli Stati uniti che è cosa differente dall’amicizia ed alleanza tra i popoli.
Costruire un’Europa unita nelle diversità dal Portogallo alla Russia come auspicavano Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, per contribuire a realizzare il continente dei popoli per un mondo multipolare senza alcuna supremazia di nessun tipo se non quella della pace contro tutte le guerre.
Una lista per le pace non può essere disgiunta dalla giustizia sociale, economica e ambientale.
Per realizzare pace e giustizia si deve dire basta all’Unione europea dell’austerità e dei patti di stabilità che soffocano i diritti fondamentali e la vita delle persone, ma consolidano vendita e traffico di armi, speculazioni finanziarie ed economiche, l’accumulazione della ricchezza in poche mani.
Quindi è necessaria un’Europa capace di redistribuire le ricchezze che favorisca la coesione sociale. Così come non è più eludibile una radicale svolta ambientalista, perché la distruzione del pianeta è strettamente connessa alle politiche di guerra e della prevalenza del capitale sulle persone e sulla natura.
Se penso alla lista per la pace penso anche a una forza che sia in grado di porre fine, con politiche di solidarietà internazionale e cooperazione decentrata, al più grande cimitero d’Europa dopo la seconda guerra mondiale che è divenuto il mar Mediterraneo.
Per realizzare una lista per la pace sono necessari capacità, volontà, coraggio, passione, forza, innovazione in grado anche di suscitare entusiasmo.
Ma non basta mettere insieme dirigenti di partito e di organizzazioni, si deve provare ad attivare partecipazione e interesse concreti per poi provare a candidare persone credibili e coerenti, con storie personali o collettive coerenti e credibili, perché tutti si dicono per la pace, contro le guerre, contro le mafie, contro le corruzioni e per l’acqua pubblica e poi sappiamo dove ci sono fiumi di parole e invece zero fatti.
In Europa la lotta è difficile perché ci vuole autonomia, competenza e coraggio per opporsi al sistema che ci ha portati sull’orlo della guerra nucleare, nell’abisso dei cambiamenti ecologici, nel baratro delle terribili disuguaglianze sociali ed economiche.
Una lista per la pace che possa superare la soglia di sbarramento è necessaria per dare finalmente voce agli oppressi contro gli oppressori.
Si deve provare a costruire una lista in cui prevalgano le ragioni dell’unità pur nelle differenze ma con l’obiettivo vero di attuare la Costituzione antifascista e rispettare un programma netto e radicale.
È un obiettivo che dovrebbe unire chiunque si collochi al di fuori del sistema e che vuole dimostrare anche nelle istituzioni che un’alternativa è possibile.

Il Manifesto 28/01/2024  Luigi De Magistris


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Uniti in Europa in nome della pace.

28/1/2024

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Uniti in Europa in nome della pace.  Noi ci siamo

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Se io sono per fare una lista unitaria?
Certo che lo sono
.
E lo sarò fino all’ultimo secondo utile.
Ma deve essere una lista per la Pace, che parli a tutti, non una lista per rifondare la sinistra.
E gli eletti devono garantire solennemente che non si divideranno dopo il voto, tornando a rispondere ai loro partitini di provenienza.
Io non voto da tempo e una lista così, di persone serie e preparate, potrebbe riportarmi alle urne e ridarmi la fiducia nella politica.
Dunque Fratoianni ha ragione quando ci ricorda che non possiamo prendere in giro l’elettore creando speranze che vengono puntualmente deluse; ma ha torto quando non spiega che la sua bicicletta con Bonelli non è un progetto politico ma un’alleanza elettorale. Infatti in Europa, sempre che prendano il quorum, dovranno dividersi dopo aver marciato, si fa per dire, uniti.
Per nascondere questa elementare verità la guerra è stata ridotta, nella mozione finale del congresso di Sinistra Italiana, a una generica aspirazione alla Pace; mentre, a parer mio, il sistema di guerra è la forma che attualmente organizza il mondo, allontana la transizione ecologica, accelera le migrazioni e, soprattutto, imprigiona i più deboli nella continua emergenza e nel debito, giustificando la crescita delle diseguaglianze.
Quindi lottare per la Pace e per il disarmo è una necessità impellente per salvare l’umanità dalla distruzione e non si può sottovalutarne l’importanza per non mettere in imbarazzo i Verdi europei che hanno perso se stessi schierandosi in prima fila per l’invio di armi in Ucraina.
CHE TIPO DI CAMPAGNA elettorale faranno Fratoianni e Bonelli?
Cosa diranno a Elly Schlein? Non vorrei che si ponessero semplicemente in attesa di raccogliere il voto di chi non ce la fa a votare Pd ed è costretto a confluire sull’unica alternativa commestibile. Magari sperando che siano ancora di più quelli come me che non vanno a votare in modo da raggiungere il quorum con maggiore facilità. Primum sopravvivere? Grazie no.
Alla vigilia delle elezioni politiche, Fratoianni e Bonelli mi avevano assicurato che, dopo aver conquistato qualche seggio, avrebbero aperto un processo Costituente per qualcosa di nuovo. Non mi risulta nessuna iniziativa.
E adesso ci risiamo: «Dammi il voto e poi aspetta e spera, non vorrete mica che buttiamo via la bicicletta costruita con tanti sacrifici!».
C’è un’opinione pubblica molto vasta che chiede all’Italia e all’Europa di uscire dalla guerra. Si comincia a comprendere che se non si mette fine ai massacri in corso in Ucraina e in Medioriente, se non si ferma l’escalation che coinvolge il Mar Rosso, il Libano e l’Iran, e che rischia di estendersi a Taiwan, alla Cina, all’India all’Australia, rendendo sempre più concreto il pericolo di una terza guerra mondiale, dell’uso di armi nucleari e della distruzione del genere umano, continuare a predicare la difesa dell’ambiente, dello Stato Sociale, della riduzione del debito, sono solo parole al vento.
Dunque uniamoci non soltanto per evitare di disperdere il voto ma per dare inizio a un movimento che consideri il far tacere le armi e il mettere da parte la cosiddetta competizione strategica degli Stati Uniti con la Cina la premessa di un nuovo mondo possibile fondato sul rispetto di tutti i popoli e su Pace, Terra e Dignità.
Un mondo in cui ogni bambino, ogni donna, ogni uomo abbia diritto ad avere cibo, medicine a sufficienza e a sperare in un futuro migliore.

PERCIÒ NON PENSIAMO all’Europa come a un superstato armato che eserciti il diritto alla guerra ma come a un insieme di comunità pacifiche e indipendenti, non succube degli Stati Uniti e di nessuna grande potenza, che superi la contrapposizione tra i blocchi, operi per ridurre le armi e la spesa militare e impieghi le risorse per affrontare le grandi sfide del clima, delle pandemie, delle migrazioni e della disuguaglianza.
Leggo che qualcuno si è sottratto all’idea di una lista unitaria, alla quale in verità non era mai stato invitato a partecipare. Ne rispetto la scelta e la decisione di continuare a far garrire al vento le bandiere.
Ma io credo che ci voglia coraggio e che si debba aprire una strada nuova, senza pregiudiziali ideologiche e trovando con generosità ciò che ci unisce. Non vedo perciò cosa dovrebbe dividere uno come me e uno come Nicola Fratoianni o Luigi De Magistris e sono pronto a collaborare senza condizioni per raggiungere un risultato, che potrebbe essere così sorprendente da rendere incredibile la decisione di andare avanti da soli.
Abbiamo l’opportunità di essere tra i fondatori di un movimento mondiale non violento. A Emilio Molinari, a Basilio Rizzo, a Vincenzo Vita e Alfonso Gianni rispondo infine che apprezzo il loro appello. Noi ci siamo.
Ma, sia ben chiaro, andremo avanti per raccogliere le firme.
E saranno i cittadini a decidere.


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Una lista unita alle elezioni europee

22/1/2024

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Faremo vincere i fascisti?

Appoggiamo l'invito di Emilio Molinari e Basilio Rizzo ai partiti della Sinistra perchè si presentino uniti alle prossime elezioni europee di giugno. (pubblicata da Il Manifesto il 18 gennaio 2024)

I pericoli di una vittoria schiacciante, in Italia e in Europa, delle liste di destra, spesso con richiami al fascismo e al nazismo, sono troppo preoccupanti per non essere in sintonia con Carola Rackete, che ha recentemente dichiarato al Guardian: "Sento di avere poca scelta se non quella di impegnarmi in politica. È il momento giusto." "Questo è un momento che dovrebbe politicizzare tutti noi, se non lo siamo già. Vogliamo che i sostenitori dei diritti umani e della giustizia sociale e climatica siano la maggioranza o lasceremo le cose in mano ai destrorsi e ai fascisti?".

Per questo motivo, appoggiamo tutti gli sforzi per una lista che sia di tutti e proprietà di nessuno.

Riccardo Petrella, Antonella Sapio, Roberto Savio, Mario Agostinelli, Laura Brusasco, Ciro Pesacane, Teresa Civardi, Silvia Acquistapane, Franco Zunino, Paola Elisa Conte, Roberto Lastrego, Rosanna Sirtori, Mauro Solari, Paolo Fornaciari, Rita Lavaggi, Franco Grasso, Albino Casati, Giuseppe Gonella, Aldo Zuccali, Antonino Russo, Alice Ghislandi, Davide Ghiglione, Luigi Fasce, Simontetta Astigiano, Chiara Guggiari, Fulvio Naglieri, Corrado Bendinelli, Erika Borio, Pasquale Costa, Martina Bruno, Massimo Dallagiovanna, Giovanni Coiana, Assunta Benedetti, Antonio Bruno, Grazia Cornolti
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Quando Black Rock compra GIP, il gigante delle infrastrutture

20/1/2024

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Un altro passo dei potenti verso la finanziarizzazione della vita e la disgregazione dello Stato dei beni comuni pubblici e dei diritti universali.

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Il 14 gennaio il primo colosso mondiale del private equity Black Rock ha annunciato l'acquisto di un altro colosso delle infrastrutture, Global Infrastructures Partners (GIP).
In contanti e azioni, secondo un accordo di borsa che valuta GIP 12,5 miliardi di dollari. La società è il più grande gestore indipendente di infrastrutture al mondo, con un patrimonio di oltre 100 miliardi di dollari nei settori dell'energia, delle infrastrutture digitali, dell'acqua e dei rifiuti. 100 miliardi di dollari è la cifra che i Paesi ricchi del mondo hanno concordato alla COP21 di Parigi di stanziare ogni anno a partire dal 2020 sotto forma di aiuti (prestiti!) ai Paesi in via di sviluppo (PVS) per la loro azione contro il cambiamento climatico.
Ovviamente, i Paesi in via di sviluppo non hanno ancora visto arrivare nemmeno un miliardo di dollari.
A quanto pare, l'attuazione di questo impegno dovrebbe iniziare nel 2024.

Tra gli investimenti di rilievo di GIP figurano piattaforme rinnovabili come Cleanway Energy, Vena, Atlas ed Eolian, gli aeroporti di Gatwick, Edimburgo e Sidney, lo sviluppatore di centri dati Cyrius One e il gigante globale dei servizi idrici e dei rifiuti urbani Suez (di cui detiene una partecipazione del 40%).
In altre parole, stiamo parlando di aziende globali molto grandi e potenti, che hanno sempre più un'influenza diretta su ciò che accade alle persone, e con l'acquisto di GIP, Black Rock sta mettendo una mano pesante sul capitale di Suez e quindi sulle sue scelte strategiche.

Secondo il CEO di Black Rock, che è a capo di un fondo d'investimento con 9.425 miliardi di dollari (9,4 trilioni di dollari!) in gestione nel giugno 2023 - facendo di Black Rock la terza potenza finanziaria mondiale dopo Stati Uniti e Cina - il grande settore delle infrastrutture offre enormi opportunità di investimenti redditizi.
Ha uno dei tassi di crescita più elevati al mondo ed è destinato a diventare un business di proporzioni gigantesche su scala globale.
Si pensi alle infrastrutture portuali che devono essere sviluppate per gestire lo scarico di una nave con più di 20.000 container.
Le navi sono diventate così grandi che non c'è posto per i container e non ci sono gru per spostarli.
A volte aspettano più di sei giorni prima di attraccare in porto! Il gigantismo è uno dei difetti congeniti (non così salutari) dell'economia di mercato capitalista, come abbiamo visto nella corsa alla costruzione di dighe molto grandi in tutto il mondo.
Secondo la Banca Mondiale, più di 19.000 vecchie dighe pongono oggi gravi problemi di sicurezza e costi enormi, anche per la loro eventuale distruzione o ristrutturazione.

L'appropriazione del GIP da parte di Black Rock conferma la risposta dei tecnocrati e dei finanzieri al processo in corso di riconfigurazione delle infrastrutture e dei servizi su scala planetaria, necessari, a loro avviso, per passare all'organizzazione efficiente e redditizia di un'economia globale integrata da mercati e investimenti.
La loro risposta è incentrata sui "grandi sistemi", di cui nessuno conosce ancora le caratteristiche principali e le modalità di funzionamento dominanti.

Una cosa, però, è certa.
Riconfigurare alla luce del gigantismo significa soprattutto rafforzare la concentrazione di potere che gli ultimi 50 anni hanno confermato essere perversa, sbagliata e, in ultima analisi, inefficace.
La concentrazione, soprattutto quella finanziaria, avviene secondo i principi, gli obiettivi e gli interessi dei soggetti finanziari e tecnocratici più ricchi (comprese le frange sociali ricche di Cina e India).
I diritti fondamentali alla vita e al benessere dei popoli di Africa, America Latina e Asia vengono sempre più ignorati.

In passato, strade, ponti, acquedotti, porti, aeroporti, ferrovie, ospedali, scuole, trasporti pubblici locali, reti elettriche, telecomunicazioni, distribuzione del gas e, nella maggior parte dei Paesi, anche la produzione e la distribuzione del petrolio, erano funzioni/responsabilità di interesse generale che spettavano alla collettività e, quindi, alle istituzioni dello Stato, alle province, agli enti locali e alle organizzazioni pubbliche.
L'"ingegneria civile" era per definizione "ingegneria pubblica" e le infrastrutture e i servizi correlati erano res publica, beni comuni essenziali per la vita di tutti.
Oggi sono tutti privatizzati, mercificati e monetizzati. Il nuovo periodo di concentrazione del potere su scala globale significa, per alcuni, un rafforzamento istituzionale della monopolizzazione del potere e della violenza e, per molti, un peggioramento dell'esclusione, del rifiuto e della disuguaglianza.

Come è noto, la decisione di Black Rock del 14 gennaio ha fatto seguito a quella del 7 dicembre 2020, anch'essa sollecitata da Black Rock, del gruppo CEM (Chicago Exchange Mercantile), la più grande borsa merci del mondo. La borsa di Chicago ha aperto il suo mercato di derivati più speculativo alle transazioni finanziarie sui futures dell'acqua, rendendo l'acqua un bene finanziario a tutti gli effetti.
Poi è arrivata la NYSE, la Borsa di New York, meglio conosciuta come "Wall Street". Alla fine di settembre 2021, ha fatto un passo da gigante nella direzione sbagliata, a favore della finanziarizzazione totale della natura.
Ha creato una nuova classe di asset finanziari, il capitale naturale (qualsiasi elemento del mondo naturale viene trattato come un asset) e ha dato vita a una nuova categoria di società, le Natural Capitals Corporations, quotate in borsa, a cui viene affidata la gestione del capitale naturale.
A tal fine, sotto l'egida della Natural Capitals Coalition, Wall Street ha proposto che il 30% del capitale naturale mondiale, compreso il 30% di quello più devastato, venga preso in carico dalle NCC per essere curato e ripristinato entro il 2030.
Questa proposta è diventata una risoluzione approvata quasi all'unanimità dagli Stati partecipanti alla COP15-Biodiversità, tenutasi a Montreal nel dicembre 2022.
La COP15 ha consacrato la totale finanziarizzazione della natura secondo i principi e le modalità dell'economia capitalistica globale. Naturalmente il mondo dell'economia e della finanza è stato estremamente soddisfatto del risultato, ma ciò che sorprende è che anche molte delle ONG presenti a Montreal hanno accolto con favore la risoluzione.

Il periodo che va dal 7 dicembre 2020 al 14 gennaio 2024 è una delle pagine più buie della storia recente dell'umanità, sotto il duplice dominio della tecnologia di conquista e della finanza predatoria.
In 3 anni e 38 giorni, i poteri dominanti hanno suonato la campana a morto dello Stato dei cittadini, dello Stato dei diritti universali e dei beni pubblici globali (o di ciò che ne rimaneva).
Hanno invece rafforzato il ruolo dello Stato di potere, dello Stato della violenza, dello Stato della repressione (Stato dell'esercito, Stato della polizia, Stato dei cacciatori, ecc.)
Per questi ruoli, le finanze "pubbliche" possono fluire senza limiti ed essere utilizzate a discrezione dei potenti, e persino prelevate dal bilancio. Che "senso" perverso dello Stato!

L'aspetto più critico e, per molti aspetti, drammatico della storia degli ultimi 50 anni è l'abdicazione, l'autosvuotamento, dei compiti, delle responsabilità e dei poteri di cui i poteri pubblici erano, in generale, i legittimi detentori in quanto rappresentanti eletti dei cittadini, dei popoli. Trent'anni fa si parlava già di messa fuori gioco dello Stato; oggi lo Stato in Occidente non è più il simbolo del costituzionalismo democratico, liberale e sociale della Rivoluzione americana, della Rivoluzione francese e della Rivoluzione del benessere scandinava.


Se siete interessati, date un'occhiata ai titoli di seguito riportati
§ Global X lancia l'ETF sull'acqua pulita
§ Tortoise Index lancia l'ETF sulle infrastrutture e la gestione dell'acqua
§ L'ETF smart beta sull'acqua lanciato alla Borsa di New York
§ ETF sull'acqua | Opportunità di investimento nel settore idrico
§ Investire nell'acqua: come gli investitori possono partecipare alla lotta contro la carenza idrica
§ Il caso di investire nell'acqua
§ Global X lancia ETF UCITS per le energie rinnovabili, l'acqua pulita, i centri dati e le batterie al litio
Vedrete un mondo finanziario privato (oltre che pubblico, ma alla guida del primo) ribollire sull'acqua e su altre risorse essenziali per la vita, nel processo non solo di impadronirsi del potere sovrano sul valore dell'acqua e della vita, ma anche di costruire un'economia planetaria al servizio di una società totalitaria sotto il dominio di un piccolo numero di nuovi "signori della vita" perché "padroni" (proprietari) della scienza, della tecnologia e della finanza planetaria.
PS.
Come cittadino europeo, federalista convinto fin dalla giovinezza, mi chiedo se le forze progressiste della sinistra europea (cristiana, socialista, comunista, ecologista, democratica, ecc.) non potrebbero approfittare insieme delle prossime elezioni del nuovo Parlamento europeo per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'inaccettabile trasformazione della società globale nelle grandi catene del valore finanziario.
Queste catene stanno dando forma a mercati "globali" à la carte, avulsi dai diritti e dalle aspirazioni della maggior parte della popolazione mondiale, le cui risorse, beni e servizi saranno accessibili solo agli abitanti (loro) degli "arcipelaghi del pianeta" più ricchi e militarmente potenti (eserciti privati, tra gli altri).

Riccardo Petrella

Professore emerito, Università di Lovanio (B)



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La coltivazione del miglio in Burkina Faso

19/1/2024

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«Il menù a scuola nel paese di Sankara è un servizio vitale per il nostro futuro»

Intervista  a Alice Sidibe Anago, la dottoressa che coordina il piano statale per garantire un pasto equilibrato ai bambini

In Burkina Faso la coltivazione del miglio, soprattutto della varietà Pennisetum glaucum, interessa circa un milione di ettari, un quarto della superficie cerealicola nazionale. Se ne ricavano 900.000 tonnellate.
Riso e mais appaiono più redditizi e proseguono l’avanzata nel paese.
Ma in Burkina, il miglio è stato anche l’emblema, quasi la bandiera, di un presidente rivoluzionario: Thomas Sankara, alla guida del paese dal 1983 al 1987, era noto per la sua vita spartana e i suoi pasti a base appunto di bouillie de petit mil. Certo, molto è cambiato negli ultimi decenni.
Da un lato la produzione alimentare ha fatto passi avanti, ma dall’altro in questo paese tradizionalmente pacifico sono arrivati gruppi jihadisti armati le cui azioni hanno costretto 2,6 milioni di persone a diventare sfollate.
L’insicurezza alimentare colpisce soprattutto i bambini costretti ad abbandonare i propri villaggi con le famiglie. E’ vitale garantire a scuola un pasto nutriente – e a base di alimenti locali. Avviata nel 2021, la cosiddetta «Iniziativa presidenziale» volta a garantire un pasto equilibrato al giorno nelle scuole è coordinata dalla dottoressa Alice Sidibe Anago.

Perché ben tredici ministeri (fra i quali educazione, agricoltura, ambiente, salute, promozione della donna, ricerca e innovazione) sono coinvolti nella gestione delle mense scolastiche?
Perché parliamo di un programma di protezione sociale che comprende i villaggi e i quartieri, i produttori impegnati nella trasformazione degli alimenti.

Quali i menù offerti agli scolari?
Sono diversificati, per rispettare le tradizioni culturali e alimentari delle regioni e per seguire il principio «Consumiamo ciò che produciamo». Il 2023 è stato l’anno internazionale del miglio, alimento molto ricco di sostanze nutritive e da sempre cibo quotidiano nel nostro paese. Come il sorgo e i tuberi – ma sempre di più anche il mais. Nella regione centro-orientale sono tradizionali le arachidi, con le quali si preparano crocchette deliziose e nutrienti; le promuoviamo, perché molti bambini non le conoscono più. Per quanto riguarda il riso, il Burkina ha in programma un aumento della produzione. Ma incoraggiamo l’uso e la trasformazione delle foglie e dei semi del neré, un albero spontaneo. Alcune cooperative disidratano la manioca e vi aggiungono foglie di moringa, per i pasti scolastici. Ecco, la Moringa oleifera è un altro albero davvero resistente e utilissimo; i suoi prodotti (foglie, semi) sono multifunzionali. Non dimentichiamo l’albero del pane, i cui frutti sono ricchi di calcio, fosforo e vitamine.

Gli alberi sono importanti alleati anche nella lotta al cambiamento climatico e nella costruzione della Grande muraglia verde che attraversa l’intera Africa da Ovest a Est per fermare il deserto.
Il ministero dell’ambiente porta avanti attività come «la mia scuola, i miei alberi», con il sostegno di tecnici per individuare le specie più resistenti.
E questo era anche il principio del presidente Thomas Sankara: «Un villaggio, un bosco». È molto importante insegnare ai piccoli come prendersi cura di un albero. Ne vengono piantati anche negli orti scolastici, per dare nutrimento oltre che ombra e ossigeno.

Gli orti scolastici fanno parte dell’iniziativa mense?
Certo. Sono molto vantaggiosi anche per l’educazione alimentare e ambientale e perfino per lo sviluppo di conoscenze in vista del futuro orientamento lavorativo.

Come funzionano le mense?

In ogni scuola ci sono i Co-gest, i comitati di gestione.
Gli addetti sono scelti dalla comunità, con una piccola remunerazione. Si organizzano da soli per poter combinare l’impegno con le altre attività. Viste le limitate somme a disposizione, il programma mense privilegia le aree più disagiate, le zone rurali e le scuole statali. Sahel, del Centro-Nord e del Nord sono privilegiati, ma anche in città come Ouagadougou e Bobo Dioulasso, ci sono quartieri e famiglie non benestanti. Ogni anno il ministero dell’istruzione aggiorna l’elenco delle scuole per garantire il servizio mensa.
E non dobbiamo aspettare che nuove scuole si trovino in difficoltà: ormai raggiungiamo anche regioni in precedenza meno problematiche, del Centro Est e del Sud, perché accolgono gli sfollati dalle aree in conflitto o insicure.

Appunto: sono numerosissimi i bambini sfollati a causa del conflitto? Lo scorso giugno, alcune Ong avevano definito il Burkina «la crisi più negletta al mondo», per la mancanza di fondi e di attenzione.

I ministeri responsabili dell’istruzione e dell’azione umanitaria hanno creato spazi appositi e dispiegato insegnanti per mantenere il più possibile la frequenza scolastica degli alunni sfollati. E la mensa è ancora più indispensabile.

Grazie ai pasti a scuola, si riscontra una maggiore frequenza scolastica?

Con poco possiamo tenere i bambini a scuola e aiutarli a imparare.
Nella scuola pilota nella quale è stata lanciata l’iniziativa (comune di Zitenha), solo il 30% arrivava alla fine della scuola primaria. Quando gli scolari hanno potuto mangiare a sufficienza, vedendosi garantito almeno un pasto equilibrato al giorno, il tasso è salito al 65%. E il secondo anno, al 100%.
Ci sono anche programmi specifici per bambine e ragazze: hanno diritto a un certo kit alimentare da portare a casa.
Serve a incoraggiare le famiglie a mandarle a scuola.

Chi paga le mense scolastiche?

I costi sono così coperti: 52% risorse statali, 47% partner (soprattutto organizzazioni internazionali); 1% comunità, ma a volte anche di più.
Ogni anno il governo del Burkina investe circa 19 miliardi di franchi Cfa.
Ma non sono sufficienti visto il numero di alunni e la dimensione dei bisogni.
L’impennata dei prezzi peggiora il quadro.
Per questo invitiamo anche la diaspora burkinabè e gli amici del Burkina all’estero a contribuire a questo servizio vitale. Davvero per il Futuro

Il Manifesto 18.01.2024   Marinella Correggia
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Carola Rackete candidata Sinistra Europea

19/1/2024

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Ci consegneremo ai fascisti?

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Carola Rackete, che si è fatta conoscere sfidando l'estrema destra italiana, è pronta a guidare il partito Die Linke alle elezioni europee di giugno.
Si è fatta conoscere come capitano di una nave che ha salvato i migranti bloccati nel Mediterraneo.
Ma ora Carola Rackete sta intraprendendo un nuovo viaggio, concentrando le sue mire di attivista per aiutare a salvare una parte della sinistra tedesca in crisi.
L'ingegnere 35enne guiderà il partito sottto assedio Die Linke alle elezioni parlamentari europee di giugno come candidata di punta.
"Sento di avere poca scelta se non quella di impegnarmi in politica.
È il momento giusto", ha dichiarato al Guardian in un'intervista.
"Questo è un momento che dovrebbe politicizzare tutti noi, se non lo siamo già.
Vogliamo che i sostenitori dei diritti umani e della giustizia climatica siano la maggioranza o lasceremo le cose in mano ai destrorsi e ai fascisti".
Die Linke, un partito di estrema sinistra sorto nel 2007 dall'ex SED comunista della Germania Est, ha recentemente affrontato una scissione.
Sahra Wagenknecht, sua esponente più importante ed ex capogruppo parlamentare, si è dimessa settimane fa per formare un nuovo partito. Ha portato con sé nove dei parlamentari di Die Linke, minacciandone l'implosione.
La mossa segue anni di tensioni tra la Wagenknecht e i leader del partito, che si sono opposti ai suoi tentativi di combinare idee di sinistra, come la tassa sul patrimoniale, con un rifiuto dell'immigrazione irregolare come i nazionalisti di destra.
La Wagenknecht si è posizionata come una valida alternativa per gli elettori tedeschi disillusi dalla politica tradizionale che altrimenti - come hanno fatto molte decine di migliaia di sostenitori della Die Linke negli ultimi anni - potrebbero passare all'AfD, partito di estrema destra.
Ma Rackete - che rimarrà indipendente - respinge l'idea di unirsi a una nave che sta affondando.
"Quando mi hanno contattato era abbastanza chiaro che il partito si sarebbe diviso. La vedo come un'opportunità per imprimere una nuova e chiara rotta, attrarre nuovi membri, abbandonare definitivamente la retorica nazionalista e trasformarlo in un solido luogo di organizzazione per la sinistra progressista", ha dichiarato. Mi piace l'immagine della fenice, che risorge dalle sue ceneri".
Rackete afferma che la partenza di Wagenknecht, seguita dal suo arrivo sulla scena, ha provocato un'improvvisa impennata di adesioni a Die Linke, slancio sul quale il partito spera di continuare
"Abbiamo riscontrato un grande interesse da parte di persone di sinistra che non si sono mai impegnate nella politica di partito e che insistono sul fatto che questo è il momento di fare qualcosa", ha dichiarato. L'ispirazione è stata tratta dall'ascesa dei laburisti nel Regno Unito, dalla recente decisione degli elettori polacchi di abbandonare il loro governo illiberale e dal ritorno di Lula da Silva in Brasile. "Dimostra che andare in un'unica direzione, lo spostamento a destra non è scontato".
Grazie alla reputazione che si è costruita grazie al suo attivismo ambientalista, Rackete vorrebbe anche attirare gli elettori dei Verdi delusi dai risultati ottenuti dal partito in un governo di coalizione.
"È scioccante per me e per molti altri quanto la loro politica sulla migrazione e sul clima sia stata abbandonata".
L'attivismo della Rackete l'ha portata dall'occupazione dei ponti di Londra con l'Extinction Rebellion nel 2018 alla difesa dei diritti umani e ambientali delle comunità indigene Sami nel nord della Finlandia. Nel 2019, ha sfidato il ministro degli Interni italiano, Matteo Salvini, facendo attraccare una nave di ricerca e salvataggio con 42 migranti nel porto di Lampedusa, per cui è stata arrestata e successivamente prosciolta.
Salvini l'ha etichettata come "potenziale assassina, criminale e pirata" e come "sbruffoncella".
In seguito, Rackete lo portò in tribunale e vinse.
Il suo coraggio le valse paragoni con le eroine femminili, da Antigone di Sofocle a Giovanna d'Arco; le lodi arrivarono dal Papa e ispirò persino un libro per bambini.

Kate Connolly a Berlino The Guardian Mar 16 gennaio 2024


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Appello per le europee 2024

18/1/2024

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Elezioni del 2024: una lista unica a sinistra

Le elezioni europee sono all’ordine del giorno. Il ruolo europeo nel mondo, sarà fortemente condizionato dal loro esito. Oggi, nel mondo, è in affanno il dominio esclusivo dei blocchi imperiali che si fronteggiano: spesso con le armi o con politiche economiche aggressive che soffocano lo sviluppo di paesi terzi e ne saccheggiano le risorse naturali.
C’è quindi spazio per un’Europa che funga da polo aggregante autonomo e libero in uno scacchiere multipolare. Un’Europa che lavora per la pace, per rapporti economici equi e rispettosi dei paesi partner, che non sfrutti ma cooperi, che affronti in modo solidale i flussi migratori, le crisi climatiche e idriche, tuteli l’ambiente non con misure di facciata e utili solo ai propri territori. Un’Europa che pensi al bene delle persone e non delle multinazionali e dei fondi d’investimento. Un’Europa così è possibile.

Nel secoli l’Europa ha prodotto il colonialismo e due guerre mondiali, ma anche valori alti, principi universali di uguaglianza, democrazia, umanesimo, cultura e arte, rivendicazioni di giustizia sociale.
Ha contato e può tornare a farlo purché prevalga la sua faccia positiva. Il sogno di questa nuova Europa verrebbe spazzato via se nelle prossime elezioni si affermassero forze conservatrici, sovraniste, portatrici di disvalori e diseguaglianze sociali. Questa tornata elettorale è uno spartiacque, siamo consapevoli che l’esito dipenderà da molti fattori. Le forze progressiste e la sinistra sono chiamate a fare la propria parte perché senza una loro presenza forte e rilevante nel nuovo Parlamento, l’Europa non prenderà la via giusta.

Conterà la composizione delle singole delegazioni e questo è il punto. Noi pensiamo che sarebbe grave se dovesse mancare, fra i parlamentari italiani eletti, una presenza della sinistra pacifista, ambientalista, dei diritti sociali e civili così ben scritti nella nostra Costituzione.
Non ce lo possiamo permettere. Le regole elettorali sono chiare.
Quindi noi che, premettiamo, non abbiamo ambizioni di candidatura, sentiamo il dovere di chiedere a chi ha il potere e il dovere di decidere nei partiti, nelle assemblee, nelle trattative, persone come Acerbo, Bonelli, De Magistris, Fratoianni, Lucano, Santoro: lavorate per una sola lista unitaria alla sinistra del Pd.

Una lista che sia di tutti e proprietà di nessuno.
Che trovi nelle candidature, le migliori energie a disposizione nel rispetto dei partiti esistenti e delle realtà locali. Che invogli nuovamente a tornare a votare molti delusi.
Prevalga la volontà di base.
Il voto europeo prevede le preferenze. C’è dunque spazio per valorizzare, attraverso queste, opzioni specifiche e priorità. Volendolo, si potrà tranquillamente dedurre dalle preferenze il peso specifico di singole forze politiche all’interno della lista unitaria.
Non c’è ragione di andare divisi.

Certo non bisogna farsi guidare dai sondaggi, ma li guardiamo tutti e ci impongono una seria riflessione. Come non vedere che c’è il rischio di almeno un 6 o 7% di voti persi se nessuna lista a sinistra supererà la soglia del 4%? E che ci sono tanti elettori che forse tornerebbero a votare se ci fosse un unica lista che infonda speranza, fiducia e un pizzico di passione? E quanti voti dati altrove potrebbero tornare, dando la ragionevole certezza che la lista unica supererà il quorum? Lo ripetiamo. Dateci una lista unica.
Vinca la generosità di qualche rinuncia a pur legittime aspirazioni identitarie e caratterizzanti.
Vinca la consapevolezza di offrire una opportunità a molti di credere nella buona politica. Chi ha maggiore responsabilità nei partiti esistenti, nelle liste già pronte o in quelle che si stanno preparando, sia davvero responsabile e scelga un progetto di unità. Non ci si accomodi ad una tacita accettazione di un eventuale non raggiungimento del quorum con la consolazione di qualche zero virgola in più da tesaurizzare in seguito.

Non si usi una elezione così rilevante come una pura e semplice operazione di promozionale del proprio simbolo e della propria, specifica identità anche qui sperando in qualche zero virgola in più.
Sappiamo che non sarà facile, ma questo non sia un alibi per non provarci.
Noi, come tanti elettori di sinistra, vogliamo avere l’opportunità di dare il nostro contributo in una competizione elettorale così rilevante.
Vogliamo essere il voto utile del 2024.

Noi, con questo appello, vogliamo dare un segnale di partenza.
Assolutamente lontani dall’idea di guidare il gruppo.
E Anzi aspettiamo che siano in molte e molti a sorpassarci, strada facendo. Vorrebbe dire che siamo sulla strada giusta.


Emilio Molinari, Basilio Rizzo

l Manifesto, 18.01.2024

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